Ritorno alla normalità. Si, ma quale?

“La vita è adesso
Nel vecchio albergo della terra. E ognuno in una stanza e in una storia di mattini più leggeri. E cieli smarginati di speranza e di silenzi da ascoltare e ti sorprenderai a cantare, ma non sai perché…”

Così canta Claudio Baglioni in un pezzo del 1985. E penso sia davvero ancora attualissimo. No, non state per leggere un “contenuto motivazionale”, giuro che non lo è: è solo un modo per sopravvivere a tutto ciò, per provare a mettere dei puntini qui e li, senza lasciarli sospesi, ma semplicemente per andare a capo e ricominciare.

Fonte Foto Pinterest.it

Sono mesi che ci ripetono la formula ormai quasi ridicola del “tornare alla normalità“. Non si attenua ancora la tendenza a spacchettare la nostra vita e la quotidianità con un pre e post covid, come se, ad un anno e 5 mesi dall’inizio di tutto ciò ancora ci fosse qualcuno in attesa di qualcosa.

Ma cosa esattamente stiamo attendendo? Questa sensazione di vaghezza e di sospensione è ancora davvero così forte? Sospese sono le nostre vite, nonostante gli europei vinti ai rigori, le vacanze prenotate all’ultimo minuto, i matrimoni finalmente compiuti e i figli arrivati nel frattempo? Ma davvero c’è ancora chi vive appollaiato sul proprio divano in attesa che qualcuno gli/le dica “ehi, alzati, da ora si ricomincia“?

No, perchè se ancora non fosse chiaro qui tutto ha ripreso a girare, anche vorticosamente, senza però avere probabilmente prospettive a lungo termine. L’incertezza della situazione sanitaria ed economica globale ci spingono a crogiolarci nei dubbi, nell’aspettare qualcosa che poi alla fine, cosa per davvero?

Cosa ancora ci manca per poter definitivamente accettare che le nostre vite sono cambiate e che la normalità ora è questa?

Il disguido psichico forse nasce da un errore di fondo: il confondere la vita con la vita lavorativa. Molti stanno ancora vivendo (e soffrendo) il lavoro da remoto, quella formula magica applicata per forza di cose alla nostra quotidianità. Lavorare, con gli stessi ritmi di sempre, ma dalla cucina di casa, o da un angolo del nostro salotto. Il lavoro svilito della sua parte più divertente, quella sociale, fatta di incontri e scontri face to face. Di spostamenti, di mezzi pubblici, di aperitivi agganciati al volo e di pacche sulle spalle a fine giornata. Ma possibile che la nostra vita debba ruotare esclusivamente intorno a quello?

É un errore che ho fatto e continuo a fare anche io: lasciare che a dettare i ritmi della mia giornata sia il lavoro. 8 (circa) di 24 ore impiegate a svolgere un’attività lavorativa. Qualcosa che per quanto ti piaccia fare, serve esclusivamente a soddisfare il nostro bisogno di riconoscimento sociale, ad esaltare il nostro ruolo nella comunità e a tirarci fuori dalle nostre case. Ma è davvero così? O meglio, è davvero solo questo l’unico modo che abbiamo di viverlo? Ad oggi è sempre stato così, e per questo poniamo resistenza al cambiamento. Ma perché non provare ad immergersi in questa nuova vita spogliandoci delle abitudini della vecchia?

Perché non provare a creare, costruire, definire, una nuova via alla normalità invece di inseguire malinconicamente la vecchia? Del resto è quello che l’essere umano per natura continuamente fa: si adegua. Si adatta, a volte per questo si evolve anche.

Che sia questo il caso di un’evoluzione personale, prima ancora che sociale? Il momento giusto per fissare nuovi punti fermi nella nostra vita, vivendoli però non come dogmi assoluti, ma come fasi di passaggio?

Perchè questo siamo, viaggiatori, migranti, nomadi della vita. Andiamo dove ci porta e la portiamo con noi dove andiamo, alternando momenti in cui ci sembra di guidare e altri in cui siamo “solo” passeggeri.

Per cui torniamo alla normalità, anzi. Creiamone una nuova, diversa, migliore per certi versi, peggiore per altri. Ma comunque chiamiamola con il suo nome: vita.

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