Si può acora parlare di “tendenze”?

Nell’estate del ritorno alla normalità (ancora?) o meglio, delle vere riaperture e della presa di coscienza che con questo virus si ci dobbiamo convivere, ma tanto alla fine decide sempre lui come quando e perchè, la risposta a questa domanda non può che essere una: NO. Ma perchè? Proviamo ad argomentare questo secco e perentorio no che ci porta su un piano di responsibilityesponsabilità personale maggiore. O forse al più totale caos.

Se ne parla su molti giornali, su tanti profili IG, se ne chiacchiera davanti alle macchinette del caffè: ma quali sono le tendenze moda di questa estate? Difficile trovare una risposta univoca. Se fino a qualche mese fa a rassicurarci c’erano gli stylist di tutto il mondo che sembravano volerci dire che avremmo indossato solo ed esclusivamente la mini di Miu Miu con la panza scoperta, oggi le vetrine digitali e reali non ci restituiscono assolutamente nulla. Nulla che possa essere definito una tendenza.

Dal vocabolaro Treccani:

Tendènza s. f. [der. di tendere]. – Disposizione e inclinazione, sia naturale e spontanea, sia acquisita e consapevole, verso un determinato modo di sentire, di comportarsi e di agire. Nella locuz. di tendenza, alla moda, in grado di condizionare le scelte e i gusti del pubblico.

Eppure nel corso degli anni quante volte abbiamo parlato e sentito parlare di tendenze fashion, beauty, di colori, di tagli, di fantasie: tutti elementi che ci bombardavano ad inizio stagione, che si intravedevano sulle passerelle per poi diventare di tutti anche nei “peggiori negozi di Caracas”! Quante cose ci siamo fatti andare bene dopo che per mesi ce le hanno propinate? Io stessa ad esempio con le stampe a fiori mi sono fatta convincere anche li dove sotto giuramento avevo detto “no, i fiori non li indosserò mai!” E invece.

Il meccanismo perverso o forse salvifico che delegava ad altri la scelta di qualcosa che doveva piacere a me per anni ha funzionato e, si, diciamocelo, tecnicamente ovviamente funziona ancora. Solo che adesso invece di parlare di una singola tendenza, come poteva essere il classico “ritorno agli anni ’70”, “rilancio del mood anni ’80”, “il restyling dei ’90” diventa oggi molto pià sottile. E forse anche più intelligente. Perchè lascia spazio al singolo che puo scegliere, ad esempio, di inserirsi nel macro trend oggi forse pià in voga, ovvero il “vintage” in tutte le sue sfacettature.

Abbondano i profili IG che ci consigliano negozi second hand, dove si sa, è facile trovare il Levi’s primi anni 2000 oltre che la gonna della nonna indossata con stile nei lontani anni ’60. Nel mezzo c’è la nostra scelta etica e stilistica, quello che determinerà poi il nostro mood.

Del resto chi siamo noi per non apprezzare il tanga di Elodie? Nessuno, e a volte meglio rimanerci nessuno.

Quello che appare sempre più evidente è una frammentazione della moda, forse causata dall’estrema velocità e voracità di un pubblico che ha fame di cose nuove, sempre e comunque. E che difficilmente si affeziona a qualcosa per più della durata di una stories. Essere sui social significa mantenere un’estetica coerente con ciò che si è ma costantemente aggiornata con ciò che si vorrebbe essere.

Non possiamo dunque più parlare come un tempo e come fino allo scorso anno ancora facevo su questo giovane sito; a dettare tendenza non è più un’epoca o un designer. E il trend non coinvolge più un’intera collezione ma battezza a icona spesso un unico capo (vedi la mini o il tanga citati su), un dettaglio, un elemento che poi, di tik tok in tik tok passa e si traforma, viene plasmato dalle mani e dalle menti di milioni di millennials (scioglilingua?) per diventare un riferimento temporale dalla durata necessaria a farne nascere altri e altri ancora.

Sarà forse anche l’attenzione/ossessione all’identità e a volerla definire pur non volendola incastrare dentro alcuni schemi classici. Io sono, vesto, parlo, manifesto, ma non puoi identificarmi con nessun’altro. Sarà questa forse la famosa fluidità di cui tanto si parla? E quanto la moda e i designer saranno in grado di appropriarsene, o meglio, farsi conquistare loro per primi per poi darne una specifica interpretazione? Quale sarà dunque il destino della moda? Chi lo determinerà?

Staremo a vedere, intanto, viva la libertà. O almeno quella che tale sembra.