Diari del Coronavirus: riflessioni in ordine sparso di questo momento indefinibile

La prima difficoltà da superare è stata questa: riuscire a trovare le parole giuste per esprimere i sentimenti e le paure così spaventosamente nuove provati in questi giorni. Trovare il coraggio di esprimerle, ammettere di avere paura. Di aver sbagliato e di non aver capito realmente un CAZZO fino a quel fatidico momento in cui siamo diventati noi la Wuhan d’Italia.

Con Google Arts&Culture e Street view ho fatto un giro a Caza Azul oggi…

Sono giorni di riflessioni profondissime, a cui sento l’irrefrenabile bisogno di dare una forma attraverso le parole. Addirittura frasi. Ma scrivere per le prime 48h dal momento ZERO per me, ovvero da sabato sera, è stato difficile. Ho scritto e cancellato innumerevoli volte.

Ma poi mi sono resa conto che non potevo non fissare da qualche parte questo flusso di pensieri privo di qualsiasi segno di interpunzione. E ho iniziato a farlo, facendomi coraggio fra un momento di down e l’altro, in due modi. Iniziando a fare delle videochiamate. Per dare un’espressione, una forma ad un sorriso, ad una pausa un pò più lunga del solito, a un “mi raccomando!” reciproco. E provando a focalizzare la mia attenzione su quello che sta succedendo intorno a me.

Perchè nonostante sia il momento di isolamento più epocale di sempre, è proprio attraverso la connessione virtuale, di qualsiasi tipo – da Instagram alle call di lavoro – che stiamo riscoprendo il calore delle relazioni. Quanto ci manca la libertà di poterle vivere (bene o male ormai poco importa) fino in fondo.

Improvvisamente ho la sensazione che i social si siano trasformati in un “luogo” meraviglioso. Una vera piazza virtuale in cui tutti vogliono condividere un contenuto. Quel “condividi” non è più mosso semplicemente dalla foga di “pubblicare”, letteralmente rendere pubblico quindi, qualsiasi cosa. Ma dalla necessità di appoggiarsi all’altro per sentirsi più sicuri o almeno un pò meno fragili. Sperare (e volerci credere fortissimo) di potersi fidare veramente dell’altro. Anche nel contesto più artefatto del mondo, come può essere “l’ultra filtrato” Instagram.

Sul social del “bello”, si susseguono le dirette di personaggi noti e meno noti, che condividono un momento particolare, a modo loro. Anche sdrammatizzando.

I profili dei musei, dei centri culturali e artistici mettono a disposizione dei follower visite virtuali, concerti sinfonici e archivi. Che significa che finalmente riusciamo ad avere un patrimonio digitale di tutte le meraviglie del mondo. Rese così accessibili a tutti quelli con una connessione internet.

Su Facebook gruppi di quartiere organizzano “mestolate collettive per farci sentire dai vicini”, amici segnalano link pazzeschi, brand regalano abbonamenti e messaggi motivanti.

Insomma i social sono improvvisamente diventati i villaggi dei buoni e dei giusti. I telefoni, le chat, la VPN aziendale, gli strumenti capaci di aiutarci a gestire la vita ma soprattutto a viverla meglio. E ci ha spinto a trasformarli così lo stesso identico sentimento che li aveva sporcati fino a pochissimo tempo fa: la paura.

Ma a questo giro ci ha fatto bene. Almeno così pare. Passerà questo periodo, spero non questo uso consapevole e sano delle nuove tecnologie e dei nuovi media.

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