…che Dio perdona a tutti, la mia recensione

Il primo libro letto, ritrovata la concentrazione post-quarantena è firmato PIF all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto. Come tutte le sue opere è caratterizzato da una banalità tutt’altro che banale, arte questa in cui lui riesce come pochi. D’altronde con un nome così, altro non poteva essere se non “un tipo”originale. Qui la mia personalissima recensione.

Fonte foto | Pinterest perché ha delle foto troppo più belle di quelle che scatto io

La prima critica che muovo a “…che Dio perdona a tutti” è che non puoi fare a meno di leggerlo senza che nella tua testa si insinui la voce narrante dell’amato Pif. Il suo tono instabile, tipico dell’eterno ragazzino, accompagna tutte le sue opere.

Questo è però anche il punto di forza del libro stesso. Non so se le vicende qui narrate avrebbero avuto lo stesso senso se le avessi immaginate vissute da una persona frutto della mia fantasia. Arturo ha un viso, un modo di fare, una capacità narrativa familiare. Il suo essere incerto, indeciso, talvolta inetto, inconsapevole eroe almeno della sua vita!

Il libro ha un tono leggero, nelle prime pagine ho anche pensato che fosse noioso. Eppure l’ormai rara volontà di raccontare per condividere e non per insegnare, che fa di questo scritto un libro senza pretese, è una dote ormai rara e mai veramente apprezzata. Ed è proprio con quel tono scanzonato che Pif ci racconta di una conversione, vera che diventa finta e viceversa, ma che non è solo questo. È la volontà di tutti noi di essere sempre come gli altri si aspettano fino al punto di non sapere più se siamo noi o l’immagine che abbiamo di noi. La voglia di accondiscendere sempre le persone che amiamo.

E poi ovviamente la politica e gli esseri umani. Perché si sa, le vicende del maldestro Arturo sono molto più di “fatterelli” narrati. Nascondono sempre qualcosa su cui riflettere, da conoscere, memorizzare, imparare. (Cosa questa che spesso non viene capita come nel caso si Checco Zalone).

che Dio perdona a tutti è la critica, mai volgare, a un cristianesimo che troppo spesso è tale solo nelle parole. A valori che a volte sono solo alibi dietro cui si nascondo principi che di cristiano hanno ben poco. L’intolleranza, la paura del diverso, l’incapacità di accettare l’altro, di integrarlo. La stupida borghesia che nasconde, dietro il perbenismo e l’amore per il prossimo, egoismo e ipocrisia, che usa la religione come pretesto per sentirsi migliori degli altri. 

E la capacità dell’ultimo degli ultimi di ribaltare tutto o forse niente. Di cambiare almeno la propria vita lasciandosi stupire.

“Perché essere cattolico è difficilissimo. Amare il prossimo senza volere nulla in cambio è difficilissimo. Perché noi, in fondo, vogliamo che i nostri gesti buoni abbiano una ricompensa.»

…che Dio perdona a tutti. Pif.

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