Le ragazze di Porta Venezia e l’estetica del femminismo

Una riflessione dovuta su un fenomeno che fenomeno più non è: una nuova estetica del femminismo che fa dell’immagine una parte fondamentale del suo messaggio.

Fonte Foto | Rollingstone.it
Che poi chi sono veramente Le Ragazze di Porta Venezia? Voi le avete riconosciute tutte? Io no, lo ammetto.

Qualche giorno fa è letteralmente esploso in rete l’ultimo video di  M¥SS KETA, Le ragazze di Porta Venezia – The Manifesto. Ed è proprio di questo che si tratta, di un manifesto di post femminismo, fatto di paillettes, labbra rosso fuoco e colori fluo.

Keta non esiste
Keta non resiste
Vuole
Desidera
Brama
Pretende
Keta non attende
Keta non intende
Decide
Comanda
Esige
Domanda
Keta non capisce
Keta non tradisce

Un pezzo che si lascia ascoltare con piacere, dance elettronica, come lo etichetta Youtube. Un brano che al primo ascolto ti fa esclamare “ma cos’è sta roba?”, ma che inevitabilmente ti rimane in testa. Quindi riuscitissimo nel suo intento. Ma che codice iconografico c’è dietro? Qual è il reale messaggio di cui si fa portavoce la “bionda mascherata”?

Se non lo hai ancora guardato, ti agevolo. Ma tu guardalo davvero.

Io di  M¥SS KETA  so davvero poco lo ammetto. Per cui questo articolo non vuole essere la bibbia, la spiegazione di un fenomeno musicale e culturale, ma un semplice punto della situazione. Una interpretazione libera difronte ad un fenomeno dilagante di cui io, per motivi anagrafici, sono decisamente fuori. Eppure questo genere musicale mi affascina, questa estetica del trash mi conquista. E una spiegazione a tutto ciò devo almeno provare a darla.

Di lei avevo già sentito parlare, letto qualcosa e ascoltato anche qualche pezzo. Ma ammetto di averle dato una seconda chance dopo averla vista ospite per un paio di puntate da Propaganda Live. Il sorriso rassicurante di Zoro mi hanno fatto esclamare “ma dai, ma allora cerchiamo di capire chi è davvero questo personaggio“. Quindi, posto che ognuno ha gli influencer che si merita, ho deciso di approfondire. Sono stata li ad ascoltare, a chiedermi “ci è o ci fa” e capire che in realtà  M¥SS KETA qualcosa da dire ce l’ha. E lo dice a modo suo.

Di cosa si fa portavoce questa donna mascherata? Quali messaggi vuole lanciare dalla copertina del suo ultimo album vestita di rosso fuoco e a cavalcioni di una mega mortadella?

La copertina di Paprika, il secondo album di M¥SS KETA

A parte lo smarrimento iniziale difronte a queste immagini apparentemente senza senso, si può scoprire che oltre la provocazione qualcosa c’è. E dietro tutto ciò c’è un codice ben preciso, forse non comprensibile davvero a tutti e che parla lo stesso identico linguaggio che sussurrano (altre urlano) i ragazzi che incrocio tutte le sere al Parco Solari. Una nuova estetica del femminismo. Un femminismo fatto di voglia di parità con i coetanei dell’altro sesso. Voglia di usare le stesse metriche, le stesse rime sporche, gli stessi giochi di parola con allusioni precise.

Guidate dalla brama
Mosse dall’inerzia

E‘ la stessa  M¥SS KETA a dare una chiara chiave di lettura a questo femminismo in technicolor, con le rime infilate fra i nomi di luoghi ben precisi di Milano, luoghi che a loro volta comunicano un’appartenenza, o al contrario una presa di distanza dalla cosiddetta “Milano da bere”, la Milano bene insomma.

Guidate dalla fama
Lanciate con violenza
Regine della strada
Mancanza di coscienza

Del resto è questo che ha fatto  M¥SS KETA. E’ riuscita a riunire in questo video una serie di icone della femminilità contemporanea, da quella “trasgressiva” della Pina a quella precisina della Cabello. Dalla voce con “le forme” di Noemi, alla sensualità in tinte pastello di Rochelle, passando per Elodie. Già per questo meriterebbe una menzione ad hoc: sono secoli ci diciamo che noi donne non sappiamo far squadra. Che il difetto più grande sta nella difficoltà di sostenerci a vicenda prima ancora che sostenere una tesi. Difendere la tesi dell’altra come se fosse la mia perchè il girl power ha bisogno delle girls appunto. Se no che potere è? Quando poi l’etica del femminismo incontra una nuova estetica ne nasce un mix esplosivo di colori, merletti, calze a rete e capelli improbabili che non ci deve far urlare solo il classico slogan “mi vesto come mi pare”. Ma molto di più.

L’abito è secondario. E’ solo un mezzo, e non un fine. Mi vesto come voglio, tu non devi pensare che sia una ragazza facile se sono in giro con pelliccia leopardata e leggings argentati. Perchè questa volta indosso questi capi per dirti che mi sento forte. Forte abbastanza da sostenere gli sguardi perplessi. Forte abbastanza da decidere che non voglio subirle le regole del codice di comportamento “classico”. Le voglio rompere e crearne delle mie tutte nuove. E sorprenderti. E vale anche per gli uomini. Vale a qualunque età. E questo è quello che conta. Oltre ogni irragionevole look.

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