La Vita Bugiarda degli Adulti: l’ultimo libro di Elena Ferrante

È l’ultimo libro di Elena Ferrante, lo pseudonimo che ha dato vita al famoso ciclo de “L’amica geniale”. Uscito a novembre in tutte le librerie è stato uno dei regali più gettonati di Natale 2019. La scrittrice di origini napoletane non si smentisce e regala ancora una volta alle sue lettrici la verità sulla vita e sulle vite, con una prosa cruda, spietata a tratti volgare come solo lei può fare.

La Vita Bugiarda degli Adulti è il mio primo approccio alla lettura di Elena Ferrante. Il rumore che ha avvolto L’amica geniale non ha infatti fatto nascere in me la curiosità di leggerlo, per quello strano senso di anticonformismo che mi spinge sempre a non leggere i fenomeni del momento salvo poi recuperarli qualche tempo dopo. Non è questo il caso. Ho infatti recuperato le passate puntate della serie tv che porta il medesimo nome dei libri e la regia di Saverio Costanzo (figlio del ben più noto uomo con i baffi Maurizio) e sto guardando la seconda stagione in onda in queste sere su RaiUno.

Non so se il merito della mia passione per questa fiction da prima serata sia della regia o dei romanzi, so che la storia di Lila e Lenù mi è entrata nella testa. La caparbietà di Lila e il suo modo di affrontare la vita con aria spavalda unita alla dolcezza mista a invidia di Lenù, il loro linguaggio scurrile, lo scenario apocalittico da cui arrivano, hanno fatto breccia nel mio cuore.

Torniamo a noi. La Vita Bugiarda degli Adulti è pertanto il primo romanzo della Ferrante che leggo. Senza troppi fronzoli dico: PROMOSSO con riserva però!

È la storia di Giovanna desiderata figlia di una coppia medio borghese (lo capiamo dal fatto che vivono al Vomero) che poco più che bambina sente dire al padre che “è brutta” di quella bruttezza insita nel DNA. Quel tipo di bruttezza che dall’interno si propaga verso l’esterno rendendo duri i lineamenti, cattivi gli occhi, volgari le parole. Quel tipo di bruttezza imputabile, nel caso specifico, alla zia Vittoria sorella cattiva di un papà buono.

Il romanzo inizia qui. La storia di Giovanna e del suo improvviso desiderio di conoscere questa brutta zia per capire chi è, che la porterà a scoprire quanto brutta sia la vita da adulti e quanto traumatico possa essere il passaggio dall’età della spensieratezza a quella della consapevolezza.

In questo romanzo c’è tutto, le bugie che fanno spesso da sfondo alla vita “dei grandi” (e da qui si capisce il titolo dell’opera), i legami di sangue da cui è impossibile scappare anche quando lo si fa con tutta l’aria che abbiamo nei polmoni. La discesa, fisica perché Giovanna dalla sua ridente via di San Giacomo dei Capri in una delle zone più belle di Napoli verrà catapultata nel Rione con case fatiscenti, gente che “mantiene il carro pa’ scesa” (=tira a campare) e che pensa che l’amore sia “opaco come le finestre dei cessi”. Un non luogo fatto di persone diverse da quelle altolocate impegnate a parlare di politica, dove la stessa Giovanna cambierà identità per diventare Giannina anzi Giannì.

Giannì imparerà, su consiglio della zia, a guardare gli adulti scoprendone i misteri, le bassezze e le falsità che possono nascondersi dietro vite perfette e studi di livello, la convenienza dietro parole elaborate e amori da copertina.

… e poi c’è Napoli. La Napoli che fa da sfondo già ne L’amica geniale e qui si rivela nella sua duplice facciata. Quella bella dei quartieri ben frequentati, delle vie dello shopping, dei caffè di via Scarlatti delle persone acculturate capaci di dannarsi l’anima davanti allo splendido paesaggio di una finestra aperta su Posillipo. Napoli, quella meno bella ma vera, quella del “Pascone” fatta di monnezza, di case cadenti, autobus in ritardo e dialetti irripetibili.

Tutto sembra essere perfetto in questo libro, crudele come solo la realtà può essere e così crudo da essere a tratti fastidioso. L’amore, l’adolescenza e le sue paturnie, il dolore misto alla solitudine, il richiamo viscerale della famiglia qualunque essa sia. Un unico neo in tutto questo: il finale.

Giannina fa esattamente quello che non vorrebbe/dovrebbe fare a voler essere perbenisti, urlando la sua voglia di essere diversa, lasciando intravedere la possibilità di essere uguale a tutti gli altri. Un giusto mix fra la voglia di rivalsa del padre, l’indolenza della madre e la scabrosità della zia. Eppure il finale sembra una “cosa” appiccicata lì così, per la mancanza di idee, per l’impossibilità di dare un senso finito a questa storia. Sarebbe stato bello capire quanto oltre Giannina sarebbe stata capace di spingersi nel suo essere ormai adulta marchiata di colpa. Conoscere l’evolversi dei peccati che le animavano le carni. Interessante sarebbe stato capire chi avrebbe avuto la meglio nell’eterna lotta fra il bene e il male.

Un peccato certo per un libro che vale comunque la pena leggere.

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