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Barbour: la cerata diventata icona (torneremo ad indossarla?)

La storia di Barbour, meglio identificato e conosciuto come IL Barbour è incredibile. E non solo perché è la dimostrazione di come i brand a volte siano identificai con un unico prodotto, nonostante ne producano molti altri e di altrettanta qualità. Nel caso di questa giacca cerata dall’inconfondibile “fragranza” e dalla consistenza altrettanto caratteristica, diventa emblematica.

Il brand Barbour non solo è il simbolo di una generazione, la mia, divenuto un’alternativa a-politica ad altri capispalla di sessantottina memoria, giacca di una gioventù ancora con qualche contenuto politico ma già irrimediabilmente attratta dalle logiche di mercato e sociali della moda.

L’abbigliamento migliore per il tempo peggiore”, recita un vecchio slogan del brand, che nasce nel 1894 nel South Shields. DNA inglese per capi waterproof, resistenti alla pioggia e all’umidità tipiche della campagna, luogo per eccellenza dove si svolgono battute di caccia. Passatempo, o meglio sport, di certo non da tutti. Il capo iconico di Barbour è una cerata, ha il mood casual, con qualcosa di raffinato (il collo in velluto, la zip in oro, le clip in tinta). É un prodotto che nasce per rispondere ad una specifica esigenza. Ma che si è trasformato in un capo universalmente indossato, a temperature e condizioni climatiche ben diverse (come quelle di Bari ad esempio, dove spopolava fra fine anni ’90 e primi 2000).

Qualche curiosità: nel 1908 Malcolm Barbour, figlio del fondatore, ha prodotto il primo catalogo per gli ordini per corrispondenza. Questo strumento di vendita nel 1917 arrivò a rappresentare quasi il 75% delle attività di Barbour, compresi gli ordini internazionali provenienti anche da Hong Kong.

Oggi conta monomarca in 40 paesi in tutto il Mondo, Italia compresa, e produce capispalla, camicie, abiti, maglieria, calzature, accessori e addirittura una linea dedicata ai cani.

Ma il brand è diventato mito quando il suo capo più rappresentativo è stato indossato da icone di stile. Tutte incredibilmente appartenenti alla famiglia reale inglese.

Proprio il duca di Edimburgo, il buon vecchio Filippo, nel 1974 ha conferito a Barbour il Royal Warrant, sigillo che accerta che l’attività commerciale svolge servizi per la Corona Inglese.

Già indossato da Lady D, reinterpretato da Kate Middleton, il Barbour torna a far parlare di sé grazie alla quarta stagione di The Crown, la super popolare serie Netflix dedicata alla famiglia reale più chiacchierata e longeva d’Europa: i Windsor.

Fonte Foto Netflix

Epiche le sequenze di caccia con l’intera famiglia in Barbour e stivali di gomma alla ricerca di un cervo da aggiungere alla discutibile collezione di teste imbalsamate. La giacca diventa anche elemento distintivo di un’aristocrazia fuori dal tempo, che vive in un mondo tutto suo: lo scontro con la Thatcher è ben rappresentato proprio dal suo tailleur blu assolutamente fuori luogo in contrasto con le giacche verde scuro indossate dai reali.

La costumista è Amy Roberts, già premiata agli Emmy, ed evidentemente è riuscita a ben interpretare il senso di questo capo e a renderlo di nuovo desiderabile. Dopo anni di successi incredibili fra i liceali, un lungo periodo di buio, torna il successo: le vendite pare siano schizzate alle stelle, seppur si tratti di un capo non di certo abbordabilissimo (si viaggia sui 300/400 euro) e in tante le icone di stile che hanno ricominciato ad indossarlo. Anche quelle non appartenenti alla famiglia inglese.

Insomma, questa giacca e questo brand ben rappresentano come un capo utile possa diventare di moda perché rappresentativo di uno stile di vita. Di un modo di vivere e concepire gli abiti. Un segno distintivo e al tempo stesso un elemento di omologazione, come spesso succede con le mode in era social. Se di mezzo c’è poi anche una serie di successo, il gioco è fatto.

In casa mia ce n’è ancora uno. Ammetto di averlo già tirato fuori e provato per vedere “l’effetto che fa”. Non escludo la possibilità di tornare ad indossarlo, abbinato semplicemente con un jeans e un bel paio di Blundstone. Per sentirmi un po’ Regina Elisabella anche nel fango di Parco Solari.

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